Zendaya ha indossato come orecchini due placche d'oro persiane di quasi tremila anni, montate con diamanti. Non un'imitazione — l'oggetto originale stesso, trasformato in accessorio. Questi reperti provengono dal tesoro scoperto nel nord-ovest dell'Iran alla fine degli anni '40 — un ritrovamento chiave per l'arte del Vicino Oriente antico.
La legge persiana, che vuole il patrimonio custodito in patria, non è affatto un principio isolato — è universale: lo Stato può proteggere beni culturali anche privati. C'è anche una base di diritto internazionale, la Convenzione UNESCO del 1970: i beni culturali di uno Stato vanno rispettati e protetti, gli scavi clandestini vanno combattuti. Anche la Svizzera l'ha recepita. Non è sensibilità morale — è diritto vero.
Ciò che non va in questo caso non è indossare il reperto, ma il fatto che sia stato manomesso: diamanti aggiunti, oggetto alterato. Si passa da esporre a invadere. Il passato non ci appartiene per modificarlo, ma per custodirlo. Il "method dressing" di cui parla lo stylist ha senso in sé, finché resta non invasivo. Ma farlo ora, con un reperto persiano rubato, da un'attrice americana — proprio mentre l'Iran è sotto i riflettori per altri motivi — è una scelta poco intelligente e poco sensibile.
Dietro questo bisogno dell'oggetto autentico c'è una dimensione più profonda: un feticismo delle reliquie. Serve l'oggetto vero, toccato dal tempo — lo stesso impulso che per secoli ha fatto venerare frammenti della croce di Cristo. Funziona anche al contrario, con i cimeli del male: effetti di Hitler ed Eva Braun venduti all'asta per cifre folli. C'è anche una forte componente di potere: indossare un reperto così antico dice, in fondo, "ora decido io cosa succede a questo pezzo di storia." Possedere la storia è già potere — manometterla lo rende esplicito.
Mi consenta un'ultima riflessione: E se un domani trovassero un gioiello dei nostri antenati elvetici — una fibula celtica — indossato da una star a Hollywood, con diamanti aggiunti... come reagiremmo?